Descrizione
Il Museo regionale Accascina di Messina è un museo italiano. Si trova a Messina, fino al 2017 occupava i locali dell'ex filanda Barbera-Mellinghoff, costruzione tardo ottocentesca, individuata dopo il terremoto nel 1908, come sede del museo. Oggi la collezione è esposta in un plesso adiacente progettato negli anni '70 ed inaugurato nel 2017.
Storia. Antonello da Messina Madonna del Rosario
Collezioni private e motivazioni conservative costituiscono il primo nucleo dell'attuale Museo regionale di Messina.
Il museo civico. Istituito nel 1806 come Museo civico peloritano “per porre fine alle spoliazioni d'arte”, dalla Reale Accademia Peloritana su iniziativa di Carmelo La Farina (uno dei soci che fu anche il primo direttore), si avvalse delle eterogenee raccolte Alojsio, Arenaprimo, Ciancialo, Grosso-Cacopardo e Carmisino e di una raccolta di dipinti dal XIV al XVIII secolo di proprietà del Senato messinese che concesse anche un contributo per il suo funzionamento.
La prima sede del Museo fu in via Rovere, presso l'Archivio degli atti notarili.
Successivamente fu trasferito in locali predisposti dall'Università, da dove – incrementatosi notevolmente per l'incameramento dei beni ecclesiastici provenienti dalle corporazioni religiose soppresse con la legge di liquidazione del 1866 – fu trasportato nel 1884 in un edificio di via Peculio Frumentario e sei anni dopo nei locali riadattati dell'ex-monastero di San Gregorio che sarà la sede definitiva fino al 1908.
La sede dell'ex monastero. Nelle sale dell'ex-monastero, in seguito ad acquisizioni e legati ereditari, si andrà formando e sedimentando una copiosa messe di materiali eterogenei: oltre i mobili e gli oggetti d'uso culturale, provenienti dal patrimonio ecclesiastico, e ai dipinti ad olio di varie epoche e scuole, anche una ricca collezione numismatica, tipologicamente classificata in monete mamertine, greche e repubblicane romane dal II al I secolo, in gran parte provenienti dalla raccolta del Grosso-Cacopardo e degli eredi acquistata e donata al Museo dal Comune di Messina.
Notevoli sono inoltre: la collezione di settantaquattro vasi di maiolica a smalto con rilievi – eseguiti, tra la fine del ‘400 e l'inizio del secolo seguente, dalle fabbriche di Urbino, Casteldurante e Faenza – proveniente dalla farmacia dell'ospedale civico di Messina, una raccolta di armi antiche, la collezione completa della Gazzetta Britannica, giornale dei tempi di Gioacchino Murat, manoscritti vari, cinque codici latini provenienti probabilmente dalla Biblioteca dei Benedettini distrutta nel 1848 e, infine, un gran numero d'incisioni di Alojsio Iuvara, del Raimondi, pergamene dal 1200 al 1500, sarcofagi e sculture marmoree di varie epoche.
Tal elencazione, necessariamente incompleta, delle raccolte contenute nel Museo civico, oltre ad essere giustificata dalla perdita di molto materiale nel sisma del 1908, tende anche a sottolineare quel che del resto è peculiare a gran parte dei musei civici post-unitari italiani, vale a dire la loro funzionale specificità di luoghi di deposito e di raccolta con fini essenzialmente tutelativi e rappresentativi.
La Commissione municipale. La necessità di una più organica e scientifica sistemazione del materiale emerge nell'atto costitutivo di una commissione municipale riunitasi nel 1890. Essa, che annovera fra i membri componenti l'Arenaprimo e Antonio Picciotto, futuro direttore del museo, stila nel medesimo anno una prima relazione in cui vengono enunciati i criteri adottati per l'ordinamento della pinacoteca.
Dopo aver considerato il valore estetico e la quantità notevole dei dipinti di scuola messinese, la relazione rileva l'opportunità che “codesta scuola sia rappresentata con tutte le sue impronte caratteristiche ed intiera nel suo svolgimento, raccogliendone tutti gli elementi che valgono a palesarne gli artisti concittadini o stranieri, ed in tutti i suoi periodi di splendore e di decadenza”. Poiché sarebbe deplorevole “se la pinacoteca messinese dovesse andar superba soltanto per le tavole della celebre scuola degli Antonimi” è necessario che “accanto alle opere di quei sommi, per ragione di arte e di storia, vi debbono stare quelle dei mediocri, di coloro che ne risentirono la deficienza dell'ingegno, o che dando prova di esso, furono travolti sempre dal cattivo gusto dell'epoca”.
I criteri espositivi. Assai significativo è che insieme a tali criteri espositivi – che non riguardano solo i dipinti di maggior pregio estetico, ma tengono conto anche delle opere qualificate mediocri o di periodi storici considerati decadenti (quale ad esempio il gusto barocco nel ‘600) – il documento rilevi la funzione didattica e culturale del museo il quale “più che alla curiosità con continui rapporti con l'insegnamento, deve tornare a vera utilità d'istruzione, offrendoci per mezzo di monumenti, dei dipinti, degli utensili, la immagine intiera e genuina della cultura, dell'arte, della vita dei secoli precedenti”. Criteri selettivi riaffiorano tuttavia nella valutazione dell'arte contemporanea e della pittura di genere. L'una da deporre “distinta e segregata”, l'altra in modo che “formi sezione a parte”. Cosicché riaffiora il sospetto che la stessa esposizione delle opere considerate minori, criterio in sé nobilissimo, più che ossequio al rigore storico della documentazione e rispetto per l'opera d'arte in sé, nasconda con intellettualistica sottigliezza ottocentesca, l'intento, meno nobile, di far risaltare maggiormente le “opere maggiori”; per i capolavori “sarà istituita la sala detta d'onore”, privilegio e prerogative che tuttora, in alcuni musei, tendono a separare e a distinguere le opere eccellenti.
Al La Corte-Cailler si deve anche un lavoro manoscritto sul museo, oltre ad una serie di articoli pubblicati in diverse riprese dal 1902 al 1903 sull'Archivio Storico Messinese, in cui dà notizia di nuove acquisizioni e della definitiva sistemazione della sala d'onore. Nel manoscritto, l'autore, dopo alcuni cenni storici, descrive i locali già esistenti ed enuncia in chiave progettistica una lunga serie di lavori da eseguirsi per la realizzazione di nuove sale in cui sistemare i materiali giacenti nei depositi e trasferire le opere in marmo ancora accumulate nei locali dell'Università.
Il manoscritto – pubblicato, come si è detto, nella rivista (alla voce “notizie”) e in parte sul quotidiano Il Paese nel 1908 – costituisce il primo lavoro scientifico e sistematico sulle opere contenute nel museo, delle quali riporta la scheda di catalogazione con particolare riguardo per le opere pittoriche. Fornisce, inoltre, indicazioni biografiche sugli artisti per un totale di centouno biografie.
La mancanza di personale, l'angustia dei locali, l'affollarsi dei materiali rimangono, tuttavia, problemi insoluti finché, come riferisce il La Corte-Cailler, lo stesso soprintendente ai musei e alle opere d'arte della Sicilia, Antonio Salinas, sdegnato per l'abbandono in cui è lasciato il museo dall'Amministrazione comunale, non sottoscrive nel 1907 un'energica nota di protesta al Ministero della Pubblica Istruzione. Viene quindi convocata una commissione per studiare una sistemazione definitiva e l'opportunità di trasferimento in altra sede.
Il terremoto del 1908. I progetti di ristrutturazione sono però stroncati dal disastroso terremoto del 1908, che provoca il crollo del museo e la perdita d'alcune opere. L'eccezionalità della situazione, l'improvvisazione e l'urgenza dell'intervento fanno sì che s'instauri un criterio selettivo nell'operazione di recupero e di primo soccorso. Le opere maggiori sono collocate al coperto, le altre in ritrovi di fortuna e nella spianata.
La necessità di una rapida ricostruzione è subito avvertita e nel 1909 la Commissione Interministeriale, in una graduatoria delle opere pubbliche da edificare, colloca al quinto posto la sede del Museo Civico.
Il recupero del patrimonio artistico. Per due anni, dal 1909 al 1911, procede l'opera di recupero del materiale crollato che viene raccolto in magazzini affittati nell'area destinata ad accogliere il nuovo museo – la spianata di San Salvatore dei Greci –, nei Magazzini generali del Dazio, nei Magazzini della Dogana e tra le rovine della chiesa di Santa Maria Alemanna.
A gran parte di questo materiale, costituito da frammenti architettonici e decorativi, le Autorità pubbliche – lo denuncia chiaramente il soprintendente Rao in un rapporto del 1915 – danno un non trascurabile apporto “con la sistematica demolizione di parti monumentali ritenute pericolose per la pubblica incolumità, laddove anche potevano essere salvate, il materiale d'arte che si trova al Deposito del Museo, proviene o dai recuperi fatti dalle macerie, o dalle demolizioni e dagli smontaggi di edifici monumentali che non si sono potuti conservare.